L’italiano: storia di una lingua travagliata

L’italiano: storia di una lingua travagliata

In buona parte dei casi la storia della lingua italiana non viene mai considerata. Infatti è raro che si parli di essa, poiché si tende o a ricordare alcuni dei letterati e poeti più importanti della nostra tradizione, o la storia militare del nostro paese.

Questo è un vero e proprio peccato, che ci mostra come per certi versi la nostra lingua sia quasi bistrattata. Insomma diciamo che si tende a considerare poco importante l’italiano, e la storia che esso ha dietro: nei secoli e nei decenni.

Dunque, in questi paragrafi, si tenterà di dare giustizia a una lingua che nel corso del tempo, grazie a intellettuali di ogni tipo, ha saputo produrre alcune delle opere più importanti della letteratura mondiale: a partire da Dante fino ad arrivare a Pirandello, e così via.

Le prime testimonianze della lingua italiana

Stabilire con precisione quale sia stata la prima testimonianza della nostra lingua è particolarmente complesso. Non a caso vi sono diverse tipologie di testi, redatti in molteplici tipi di volgari italiani, che possono assurgere al titolo di atto fondativo della lingua italiana.

Tra di essi abbiamo il cosiddetto Indovinello Veronese: piccola porzione di testo rinvenuta all’interno di un libro di preghiere, datato in un periodo compreso tra il VIII-IX secolo d.C. Questo manoscritto, dopo una lunga peregrinazione partita dalla Spagna, arrivò a Verona.

L’Indovinello Veronese venne ritrovato proprio nella cittadina veneta nel 1924. Dopo la sua scoperta, moltissimi esperti si interrogarono sul suo significato. Secondo alcuni questo documento consisteva in una piccola parte di una più lunga cantilena di tipo georgico (cioè che parla della vita dei campi e del mondo contadino).

Per Vincenzo De Bartholomeis l’Indovinello Veronese consisteva in un ritmo: ovvero in un testo in versi tipico dell’Italia dell’anno Mille. Tuttavia nemmeno questo era il significato vero e proprio dell’opera.

Infatti se oggi conosciamo almeno il senso, in linee generali, di questo importante reperto linguistico della nostra lingua, è grazie a una delle studentesse di De Bartholomeis: Lina Calza. Infatti costei, ricordandosi che il testo ricordava una storiella del suo paese natio, suggerì al suo professore che quello potesse trattarsi di un indovinello. Intuizione che si rivelò esatta, siccome in questo testo l’autore andava a paragonare l’atto della scrittura al lavoro nei campi del contadino.

“Se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba” che tradotto significa “Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati,
e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava

Tuttavia anche oggi permangono delle incognite, da un punto di vista linguistico, che non permettono di comprenderne appieno il significato. Dunque v’è una comprensione solo in linee generali di esso, considerando che l’intero testo è stato scritto in scriptio continua: gli elementi che compongono la frase sono tutti uniti, e non sono separati.

Un’altra testimonianza molto importante è l’iscrizione della Catacomba di Comodilla. Questa consiste in una frase graffita su un muro, datata indicativamente in un periodo compreso tra il VI-VII e il IX secolo d.C. Qui di seguito, eccola riportata per intero:

“Non dicere ille secrita abboce”

Catacomba di comodilla, roma

Questa tradotta signfica “Non dire (que)i segreti a voce alta”, ed è a tutti gli effetti una testimonianza diretta del volgare parlato italiano. Molto probabilmente questa iscrizione venne scritta da un prete che soleva recitare le formule delle orazioni a voce alta, oppure da un altro presente all’interno della catacomba.

In seguito abbiamo le iscrizioni di San Clemente: una serie di quattro dipinti ritraenti alcuni scorci della vita di San Clemente, realizzati tra il 1084 e il 1128. Tra quelli più importanti troviamo quello riguardante un miracolo attribuito al sant’uomo.

Infatti, a causa delle conversioni dei patrizi romani, San Clemente si attirò le angherie di Sissinio: nobile romano al quale venne convertita la moglie al cristianesimo. Pertanto, per vendicarsi dell’affronto subito, decise di farlo rapire da Albertello, Gosmani e Carboncello: i suoi tirapiedi.

Tuttavia durante il tentato rapimento, San Clemente riesce miracolosamente a trasformarsi in una statua di pietra; diventano praticamente impossibile da muovere. All’interno del dipinto vi sono diverse didascalie accanto ai protagonisti della vicenda: alcune in volgare, e una in latino (che viene pronunciata dal sant’uomo per ammonire i suoi rapitori).

Sulla destra è visibile Sissinio

Indubbiamente una delle frasi più caratteristiche e particolari è quella di Sissinio, che rimprovera i suoi sgherri con un bel turpiloquio. Infatti gli dice “Fili de le pute, traite” che tradotto vuol dire “Figli di puttane, tirate”.

In conclusione abbiamo molto probabilmente uno dei testi notarili più importanti della storia d’Italia e della nostra lingua: il Placito Capuano. Questo è un verbale di un processo svoltosi nel marzo del 960 d.C. ed è riconosciuto unilateralmente come l’atto fondativo della lingua italiana. Qui di seguito, ecco il testo:

“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contiene

trenta anni le possette parte sancti Benedecti”

Placito capuano, capua

Tradotto significa “So che quelle terre, per quei confini che qui si contengono, le possedette per trenta anni la parte di S. Benedetto”. Al suo interno viene descritta una controversia riguardante il possedimento di alcuni terreni, tra l’abbazia di Montecassino e il proprietario terriero Rodelgrimo d’Aquino. Alla fine la sentenza si espresse a favore della congregazione religiosa.

Particolarità di questo manoscritto è che le parti in volgare, che generalmente venivano tradotte in latino, questa volta vennero trascritte così com’erano, per fare in modo che più persone possibili fossero al corrente della sentenza così da evitare future problematiche.

Dalle origini alla Scuola Siciliana

Effettivamente la lingua italiana, o meglio il volgare italiano, inizia a essere usato per comporre opere aventi una finalità letteraria con l’avvento dell’anno Mille.

Difatti, a partire dal nuovo millennio, si assisté alla produzione dei cosiddetti ritmi: testi in versi, il cui nome deriva dal latino rhytmica. Tra di essi, quelli più importanti sono il Ritmo Bellunese, Laurenziano, Cassinese e di Sant’Alessio. Questa tipologia di opere si diffuse principalmente al sud e al centro Italia.

Al nord invece, sopratutto grazie ai trovatori francesi provenienti da varie aree della Francia, ci fu una diffusione massiccia della poesia e della lingua provenzale. Qui i poeti iniziarono a comporre opere interamente usando la suddetta lingua.

Federico II di Svevia

Tuttavia, l’esperienza letteraria che più influenzò l’italiano e la letteratura fu indubbiamente la Scuola Siciliana. Con questo termine si suole indicare un movimento poetico sorto nella Trinacria a Palermo, nel 1220 grazie a Federico II di Svevia la cui attività perdurò fino al 1250 (anno di morte dello stesso imperatore del Sacro Romano Impero).

Questo movimento nacque grazie alla volontà del sovrano tedesco di circondarsi di alti funzionari, con i quali rafforzare il proprio potere nel Sud d’Italia. Costoro nel loro tempo libero si dedicavano alla composizioni di testi poetici, usando il siciliano illustre: lingua il cui elemento principale è il volgare siciliano, influenzato dal latino volgare, e il provenzale.

I poeti siculi si ispirarono a questa lingua, siccome veniva vista come un idioma con il quale si potevano comporre poesie raffinate e auliche che parlavano d’amore. Tra gli esponenti più importanti si segnalano Jacopo da Lentini (creatore del sonetto) e Stefano Protonotaro (poeta che compose Per meu cori alligrari).

Miniatura di Jacopo da Lentini del 1300

Particolarità delle opere della Scuola Sicilana è che queste subirono un processo di toscanizzazione: ovvero vennero tradotte in toscano, dopo che queste raggiunsero la Toscana. Si capì ciò nel 1500, quando Giovan Maria Barbieri rinvenì il Liber Sicilanus: testo nel quale erano presenti le versioni originarie delle opere, scritte in siciliano illustre. Purtroppo questo libro è andato perduto.

Dante, Petrarca e Boccaccio: padri della lingua italiana

Come già detto prima, la Scuola Siciliana andò a influenzare pesantemente il mondo della letteratura e l’italiano stesso. Dopo la fine di questo movimento poetico organico potremmo dire che ci fu un’esplosione nello sviluppo della nostra lingua e letteratura.

Non a caso è proprio tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento che nascono i padri dell’italiano, le cosiddette tre corone: ovvero Dante Alighieri, Francesco Pertrarca e Giovanni Boccaccio. Questi tre letterati andarono a influenzare pesantemente lo sviluppo della nostra lingua, ognuno a modo loro.

Indubbiamente Dante Alighieri è a tutti gli effetti riconosciuto come il padre dell’italiano. Grazie alle sue opere andò a gettare effettivamente le basi di esso. Infatti per Tullio de Mauro quando il sommo poeta incominciò la scrittura della Divina Commedia, il vocabolario della lingua italiana era oramai completo al 60%.

Historia Italiae

Particolarità delle opere di Dante è che di nessuna di esse abbiamo i testi autografi (cioè realizzati di prima mano dall’autore). Pertanto la lingua dantesca è stata ricostruita attingendo da manoscritti copiati da altre persone. Nonostante ciò, soprattutto nelle Divina Commedia, si è potuto osservare come l’idioma di riferimento per il poeta fosse il volgare fiorentino; al quale sono stati fatti degli innesti provenienti da diverse lingue come il latino, altri volgari italiani e così via. Inoltre possiamo trovare anche termini scientifici e provenienti da diverse discipline (come la filosofia).

Successivamente abbiamo Francesco Petrarca, noto per aver scritto il Canzoniere (conosciuto anche con il titolo latino di Rerum Vulgarium Fragmenta: frammenti di cose scritte in volgare). A differenza di Dante, che amava profondamente il volgare italiano, Petrarca lo mal vedeva in quanto voleva usare il latino per comporre le proprie opere, per raggiungere la gloria eterna. Per di più considerava le opere redatte con la suddetta lingua delle cose di poco conto.

Tuttavia il poeta toscano si contradisse, siccome dedicò tutta la sua vita per comporre il Canzoniere, usando proprio il volgare. La motivazione che portò il letterato a usarlo, fu in quanto riconobbe che esso era la lingua migliore per parlare della propria condizione sentimentale ed emotiva.

In questo caso abbiamo i testi sia autografi, sia idiografi di Petrarca. Questi sono il codice vaticano 3195 e il codice vaticano 3196 (chiamato anche “Codice degli abbozzi”). Questi due hanno permesso di ricostruire fedelmente la lingua dell’opera, contraddistinta da una sintassi latineggiante, un’elevata presenza di figure retoriche, una fonomorfologia dove vengono eliminati i tratti provenzali e mantenuti quelli siciliani, presenza di allotropi dotti, rispetto dell’anafonesi e un lessico ove stessi termini assumono significati diversi in base al contesto in cui intercorrono.

Infine con Giovanni Boccaccio e il Decameron, vi è lo sviluppo e la nascita a tutti gli effetti della prosa italiana. La sua lingua è contraddistinta per lo smodato uso di verbi, in quanto è ravvisabile l’uso elevato dell’ipotassi (proposizioni subordinate) e della paratassi (proposizioni coordinate). Inoltre vengono anche usati diversi termini settoriali, latinismi, gallicismi e il condizionale toscano e siciliano.

Il Quattrocento: Umanesimo Latino e Volgare

Dopo un secolo nel quale il volgare italiano è stato il protagonista indiscusso della scena letteraria. L’arrivo del Quattrocento fu una vera e propria battuta d’arresto per la nostra lingua, in quanto grazie all’Umanesimo Latino ci fu una progressiva riscoperta del latino prima e del greco in seguito, oltre che delle relative opere. A causa di ciò, l’italiano iniziò a entrare in crisi.

Fortunatamente, questi due idiomi riuscirono a convivere in ambiti sia letterari (con i sermoni mescidati) sia non letterari (documenti, atti notarili, ecc). La “fusione” del volgare italiano e del latino portò alla nascita di due linguaggi poetici, chiamati:

  • Latino maccheronico: qui vengono usate le desinenze tipiche del volgare per i termini latini, e viceversa.
  • Latino polifilesco: questo linguaggio presenta una grafia latineggiante dei termini volgari, che in certi casi vengono direttamente sostituiti con quelli latini.

Questo “miscuglio” deve essere inteso come un gioco poetico da parte dei poeti, e non tanto come degli errori nati da una scarsa comprensione delle due lingue.

In seguito grazie Leon Battista Alberti, che per certi versi potremmo definire come il paladino della lingua volgare italiana, ci fu una progressiva riaffermazione di essa come lingua anche letteraria. Importantissimo fu il suo studio delle opere classiche, dove è degna di nota la traduzione del De Pictura di Vitruvio.

Tra le opere più importanti troviamo Della famiglia (qui spiega il perché il volgare è dignitoso) e La grammatichetta vaticana: prima grammatica della lingua italiana, basata sul fiorentino argenteo (cioè quello del Quattrocento). Infine importante fu anche il Certame Coronario: gara poetica che aveva come intento quello di promuovere il volgare da un punto di vista letterario.

Grazie agli sforzi del letterato genovese, nacque l’Umanesimo Volgare che portò a una progressiva e inesorabile affermazione della lingua volgare italiana come idioma di riferimento per la letteratura. Tra gli esponenti più noti abbiamo Lorenzo il magnifico, Angelo Poliziano, Cristoforo Landino, Matteo Maria Boiardo e Jacopo Sannazzaro.

Il Cinquecento: Pietro Bembo e le Prose della Volgar Lingua

L’avvento del Cinquecento ha portato effettivamente a una vera e propria rinascita letteraria della lingua italiana. Durante i primi decenni del XVI secolo ci fu una rinnovata fiducia nella nostra lingua, che portò via via alla nascita delle prime grammatiche della nostra lingua.

Soprattutto il Cinquecento fu costellato dalla cosiddetta “questione della lingua”: ovvero un dibattito linguistico, al quale parteciparono intellettuali e letterati, i quali disquisirono su quale volgare italiano dovesse assurgere al ruolo di lingua nazionale.

Le motivazioni che portarono al suo scoppio non furono prettamente di matrice poetico-letteraria, bensì furono legati:

  • Alla stampa, che stava man mano diventando sempre più importante in Italia, in particolar modo al Nord. Questo portò alla volontà di ricercare un canone linguistico comune, con il quale stampare i libri.
  • Un’unità culturale, senza uno stato unitario: ricercare una lingua comune avrebbe permesso di raggiungere un’unificazione artistica e culturale, nonostante la mancanza di uno stato unificato.

Tra i centri più importanti dell’editoria dell’epoca, senza ombra di dubbio troviamo Venezia: città nella quale operò Aldo Manunzio, uno dei più importanti editori della storia d’Italia. Importanti furono le invenzioni del formato tascabile e del cosiddetto formato alidino (oggi chiamato italic).

Per quanto concerne i letterati più famosi, indubbiamente il protagonista fu Pietro Bembo con l’opera “le Prose della Volgar Lingua”, pubblicata nel 1525. All’interno di questo testo l’autore va descrivere le proprie teorie linguistiche, sotto forma di un dialogo intrattenuto da quattro personaggi, i quali sostengono delle idee inerenti la lingua completamente diverse:

  1. Carlo Bembo: fratello dell’autore, il quale sostiene proprio le sue idee linguistiche.
  2. Giuliano de Medici: sostenitore del fiorentino argenteo.
  3. Ercole Strozzi: sostenitore della lingua latina.
  4. Federico Fregoso: sostenitore della lingua cortigiana.

Nella parte iniziale del testo, Bembo va a fare una disamina storica del volgare dicendo che questo si è evoluto proprio a partire dal latino e dalla conseguente contaminazione linguistica avvenuta a causa delle lingue barbariche.

Pertanto il volgare è un qualcosa di grezzo e barbarico, ma grazie alla letteratura e ai letterati sono stati fondamentali, poiché hanno permesso a essa di evolversi e di migliorarsi nel tempo. Riassumendo, potremmo dire che senza letteratura, non esiste la lingua per Bembo.

Infatti vede malevolmente la lingua parlata contemporanea di Firenze, siccome potrebbe rendere quella scritta impura. Pertanto deve essere seguita come esempio, o canone linguistico, quella usata dai grandi poeti del Trecento: Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. Dante non viene preso in considerazione, siccome Bembo non apprezzò il pluristilismo e il plurilinguismo della commedia.

Questi due autori vennero presi come esempio da seguire per realizzare delle opere. Infatti Petrarca venne usato come riferimento per la poesia lirica, Boccaccio per la prosa. Così facendo, per la prima volta in Italia, v’era un modello linguistico e letterario da seguire.

Dunque a partire dal 1525 non si parla più di volgare italiano, bensì di lingua italiana a tutti gli effetti. Inoltre si iniziano a distinguere gli altri volgari in dialetti.

Il Seicento: Galieo e la Poesia Barocca

Il Seicento fu particolare rilevanza per l’italiano, in quanto ci fu uno sviluppo particolarmente ampio della prosa scientifica grazie a Galileo Galilei.

Infatti lo scienziato pisano fu uno dei primi a utilizzare l’italiano per scrivere le proprie opere. Quella più importante fu indubbiamente Il Saggiatore: testo nel quale va a criticare aspramente le teorie astronomiche sulle comete di Orazio Grassi. Le sue testi vengono trascritte da Galileo in latino, e vengono confutate in italiano: così facendo dimostra la superiorità della nostra lingua rispetto al latino. Nel complesso la lingua usata dallo studioso è semplice da comprendere, ma allo stesso tempo non rinuncia a uno stile raffinato.

Infine abbiamo la poesia barocca: poesia dell’epoca delle controriforma, di stampo anti-petrarchista e anti-crusca. Aspetto fondamentale di questo movimento poetico è l’importanza della quantità sulla qualità.

Il Settecento: la crisi della lingua italiana

Dopo due secoli di sviluppo quasi praticamente ininterrotto della lingua italiana, l’arrivo del Settecento sancì l’inizio della sua crisi. Questo avvenne siccome la cultura francese iniziò via via a diventare la più importante a livello europeo. Pertanto il francese iniziò ad affermarsi come idioma di riferimento per la cultura di tutta Europa.

Montesquieu, Voltaire, Rousseau, Diderot e D’Alambert sono alcuni dei nomi più importanti del movimento illuminista francese. Gli ultimi due sono ancora oggi ricordati per aver creato la prima enciclopedia, che quando venne data alle stampe in Italia non venne nemmeno tradotta in italiano.

Moltissimi poeti, letterati e intellettuali di Francia iniziarono a descrivere la propria lingua madre come perfetta, e come l’unica che permettesse effettivamente di esprimersi correttamente. Non a caso verso l’inizio del secolo ci fu la cosiddetta “Polemica Bohours-Orsi”: questa vide contrapposti il religioso francese Bohours e il letterato italiano Giovan Gioseffo Orsi.

Il primo affermò che l’italiano era una lingua naturalmente difettata, siccome questa non rispettava l’ordine dei costituenti (Soggetto-Verbo-Oggetto). Per tutta risposta, Orsi disse che questo era un pregio poiché accomunava la nostra lingua a quelle classiche (greco e latino). Essa, inoltre, per lui dà il meglio di sé nella poesia.

Effettivamente l’italiano del Settecento non era difettato, bensì veniva imitato fin troppo lo stile di Boccaccio. Qui v’era la tendenza a invertire il normale ordine dei segni linguistici.

Successivamente, risposero anche Ludovico Antonio Muratori il quale disse che nessuna lingua è perfetta, in quanto tutte più o meno hanno delle caratteristiche in comune. E anche Melchiorre Cesarotti disse la sua, nell’opera “Saggio sulla filosofia delle lingua applicato alla lingua italiana”. In questo caso, però, con questo testo il letterato andò a descrivere nello specifico le sue tesi linguistiche.

Dopodiché tra le figure più di spicco della letteratura italiana settecentesca abbiamo: Alessandro e Pietro Verri (fondatori del Caffé), Carlo Goldoni (riformatore del sistema teatrale europeo dell’epoca), Giuseppe Parini (la cui opera più nota è il Giovin Signore) e Vittorio Alfieri (famoso per il Saul).

l’Ottocento: l’Unità e la diffusione dell’italiano

L’Ottocento fu il secolo che portò, finalmente, alla progressiva diffusione dell’italiano in tutta la penisola. Il protagonista indiscusso fu Alessandro Manzoni, grazie alla sua opera magna I Promessi Sposi: testo che andò a gettare le basi per l’italiano nostrano.

Di questo capolavoro vennero redatte tre versioni. La prima tra il 1821-1823, e aveva come titolo quello di “Fermo e Lucia”. Questa versione non convinse il letterato milanese, siccome consisteva in un composto indigesto dove la lingua usata era un miscuglio tra italiano letterario, francese e milanese.

In seguito nel 1827 pubblicò la seconda versione detta Ventisettana, nella quale – oltre a diversi cambiamenti nella trama – decise di utilizzare il dialetto fiorentino come idioma di riferimento. Questo venne appreso da Manzoni attraverso i libri. Per questo, non ancora convinto di questa lingua, decise di redarre la terza edizione usando una lingua viva, cioè parlata.

Dunque tra il 1840-42 scrisse la Quarantana. Per fare ciò si recò a Firenze per la cosiddetta “Risciacquatura dei panni in Arno”: ovvero soggiornò in Toscana al fine di trovare una lingua che venisse utilizzata nella vita di tutti i giorni, che venisse parlata. Dopo una lunga ricerca, alla fine trovò quella più adatta: quella parlata dai nobili fiorentini.

Dopodiché, con l’Unità avvenuta il 17 marzo del 1861, alcune tesi linguistiche elaborate dal letterato di Milano vennero prese in considerazione. Infatti il ministro dell’epoca Emilio Broglio chiese a Manzoni di stilare una relazione su quale lingua dovesse diventare l’archetipo per quella del nuovo stato italiano.

Manzoni disse che il modello doveva essere quello del fiorentino contemporaneo. Pertanto Broglio, assieme al letterato Giorgini, scrisse il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze che venne pubblicato nel 1870.

Tuttavia questo testo si attirò le critiche del linguista Graziadio Isaia Ascoli, che nel 1873 pubblicò sulla rivista Archivio Glottologico Italiano un proemio. Qui disse che l’idea di Manzoni era un qualcosa di irrealizzabile, siccome si basava sul trovare una canone linguistico da far accettare a forza alla popolazione. Cosa impossibile da fare.

Non a caso fu proprio il popolo italiano che in maniera autonoma, con l’avvento del secolo successivo, adottò l’italiano come lingua madre.

Il Novecento: un secolo di cambiamenti

Eccoci arrivati quasi alla fine. Il Novecento si caratterizzò per la presenza di poeti e letterati molto importanti: Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, Grazia Deledda (prima donna italiana a vincere il nobel per la letteratura), Salvatore Quasimodo, Italo Svevo, Luigi Pirandello e tanti altri. Ognuno di loro, in un certo qual modo, andò a influenzare l’italiano e la nostra letteratura.

Da ricordare v’è anche Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo: avanguardia che propose una version stravolta della lingua italiana con l’uso di moltissime onomatopee, l’abolizione della punteggiatura, uso di immagini mischiate a parole e utilizzo di diversi caratteri tipografici per i vari segni linguistici.

Anche il fascismo esercitò una influenza sull’italiano, siccome adottò una politica linguistica violenta e aggressiva. Non a caso ci fu una lotta contro i forestierismi e le lingue minoritarie presenti in Italia.

In conclusione, con il secondo dopo guerra, ci fu una diffusione inesorabile dell’italiano, grazie a: scuola, radio, televisione, cinema, leva militare, emigrazioni dal sud al nord e spostamento delle famiglie dalla campagna alla città. Via via l’italiano ha soppiantato i dialetti, ma non li ha fatti scomparire.

L’italiano, oggi

Com’è la situazione dell’italiano oggi? Diciamo che la nostra lingua sta vivendo un periodo molto particolare. Oggi, più che mai, è soggetta a delle pesanti influenze da parte dell’inglese. Non è raro trovare termini, come sostantivi o predicati, presi direttamente da esso come computer, mouse, browser e così via.

Inoltre il mondo dei social network ha anche influito sul modo di scrivere e di comunicare: utilizzo di abbreviazioni, uso dell’occlusiva velare sorda /k/ in che, costruzioni sgrammaticate da un punto di vista sintattico, uso di te in funzione di soggetto al posto di tu, gli per riferirsi indistintamente “a lui” o “a lei” e così via.

Soprattutto anche il mondo dei videogiochi ha influenzato non poco la nostra lingua, con termini quali flankare, pushare, rushare, fightare, glitch, bug, lootare e altri.

Insomma, una vera e propria contaminazione linguistica derivata dall’influenza dell’inglese, ma anche dai nuovi passatempi che si sono sviluppati nel XXI secolo. Processo facilitato non poco da internet, che ha permesso a tutti di ottenere facilmente l’accesso a nozioni, informazioni di ogni tipo e anche a lingue diverse.

D’ora in avanti l’italiano si trova davanti a sé una sfida non da poco, quella di fare in modo che esso si preservi (o almeno fare in modo che i parlanti nativi utilizzino, dove possibili, i termini italiani invece che quelli stranieri). Tuttavia bisogna considerare che le contaminazioni linguistiche avverranno sempre, e impedire la loro diffusione è quasi impossibile.

Ciononostante la nostra lingua ha sempre dovuto affrontare delle grandi sfide, e in un modo o nell’altro ne è sempre uscita a testa alta.

FONTI: Giuseppe Patota – Nuovi lineamenti di grammatica storica dell’italiano; Claudio Marazzini – Breve storia della lingua italiana; Dispense della professoressa Alessandra Zangrandi corso di Storia della Lingua Italiana LT (i) (Universita degli Studi di Verona).